E-VOCAZIONE

di Davide Romanò

INSTAGRAM: @dave.roma05@sopraognidove

Mi guardo allo specchio ogni mattina, la mia immagine non ritarda mai, è lì ogni volta, mi aspetta, simile ma ben diversa dalla proiezione della mia mente, in fondo anche lei mente ogni volta, quella forma di luce riflessa è già persa, ma non me ne accorgo. Il tempo in fondo è un sogno. Ogni volta dipingo e anche se dal vero traballo, fisso me su tela. Un po’ mi vergogno di quella sfumatura che solo lì esiste. E’ così, da quanto ho ammesso di essere fragile, da quando, da ogni cosa, mi accorgo, di starne sempre un po’ fuori, ma non è facile gestire quella parte di me che non sa semplicemente riflettere la luce, la trattiene, la lavora, la consola e la restituisce non in forma ma in schizzi e in parola. Poche sono le cose che so ben spiegare, provo ad arrangiarmi, a gestirmi e forse son diventato bravo a mentirmi, per poter respirare, galleggio per ben qui stare. Fisso lo specchio per trovare la ruga che fa nascere tutto questo, son diverso? Non credo. Perverso? Solo a volte spero. Bugiardo? Più che con gli altri, con me stesso, e questo è un mistero. Dove nasce allora la voglia di raccontarsi su una tela, spogliarsi quasi ogni sera, non sono disperato, forse delicato, come il respiro, come quando arrivo al cuore e mi sento vivo. Vorrei lasciarti senza fiato perché è così che mi sento.

Davide Romanò
Nato a Cantù nel 1981


LE OPERE ESPOSTE

E’ un’ombra contro l’ombra naturale delle cose. Scusate se non sono quello che vi aspettavate, se non ho la giusta proporzione, il giusto colore, il giusto modo di comportarmi. Scusate il mio silenzio, il mio sguardo. Scusate, ma sono io.

Tutte le notti passo davanti alla casa gialla. Tutte le notti salgo verso quella sua luce calda a metà strada tra la mia luna e il mio buio. Tutte le notti mi fermo ai piedi di quella via e immagino il dolce calore protetto da quelle mura, immagino il loro abbraccio. Immagino.

Notte truccata,
truccata con luce,
fai vedere solo dove si deve
nascondendo cosi quel che ognuno di noi teme.
Come occhi che sanno di avere perso,
con un po’ di mascara possono mentire
e tu con una pennellata di luce riesci a togliermi la paura dell’angolo buio.
Dentro te mi perdo in me,
nei tuoi silenzi lontani sento i miei frastuoni vicini
i suoni della mia vita,
il mio tremare,
il mio gridare,
il boccheggiare
“qui non posso più stare”
Notte, attorno, anche in pieno giorno,
osservo, mi aggrappo, mi lego
eppure son già perso
eppure non siamo niente per l’universo.
Cerco luce, parola, conforto
vorrei fermare e non ritrovarmi morto.
Vorrei, vorrei
eppure so di avere torto.
Ho bisogno di quel lampione
deve illuminare l’angolo buio
anche se del dietro ho sempre un po’ paura
mi ci vuole luce, una scusa,
o un pensiero che conduce.
Notte come questa, truccata,
truccata con luce,
dove le cicale cantano
e solo il silenzio e due auto dominano la strada.

E’ la vita che volevi?
Quella che raccontavi
prima di cadere nel tuo sogno appena, a te stesso, sussurrato.
E’ la vita che volevi?
quando, ti sporcavi le mani con la catena della bicicletta
e pensavi di aver lavorato,
quando, senza farti vedere, infilavi una lettera in un diario
ed eri sicuro di avere amato.
E’ la vita che volevi, questa,
dove alle quattro del mattino sporchi pagine bianche di parole,
dove piangi per un cielo troppo rosso,
dove pensi non posso, se qualcuno ti guarda troppo.
Dove, non riesci a stare,
dove, nella notte, davanti a casa, non riesci a respirare,
dove, per emergere dovresti sbranare,
dove, se ti criticano lasci fare,
dove, dall’ansia non puoi dormire,
dove, non sei all’altezza, neanche di abbandonare,
di conquistare con una carezza.
Dove tremi, dove speri, ma dovresti dire la tua,
dove, anche quella cosa mia, non mi interessa,
dove, ciò che è meglio, è sempre roba sua.
Sporchi tele con colore e poesia
pensando di essere un pittore,
ma sei un discreto attore
reciti o forse speri
che tutti questi numeri che governano siano seri,
decisione, precisione, acquisizione,
essere pronto nella situazione,
anche se hai paura e vuoi scappare ma devi restare,
anche se la parola tartaglia e inizi a balbettare, tremare, sudare…
Quel che prima non avevi,
è veramente, ora,
la vita che volevi?

Intanto, il tempo passa
la giostra gira e continua a girare,
non c’è inizio
non c’è fine
non c’è percorso.
Gira attorno a se
anche se ora manchi te.
E’ un diverso passare
un diverso giro d’orologio
sono attento all’attimo, al particolare,
è un diverso guardare
le foglie cadere e lasciarsi andare
al destino del vento,
la gente passare,
le vetrine,
il vivere tutt’intorno
le luci di natale.
Il respiro traccia l’aria,
sono schivo, silenzioso,
di cattivo umore.
Il cappotto è ben testo
attento a non far scappare
il viaggiare del mio io.
Tu manchi, nelle piccole cose,
in una tazza di caffè al bar,
in un discorso tra amici senza senso,
in una canzone ascoltata per caso alla radio.
Tu manchi a quel pensiero
che pensa che ci sei,
a quel bacio che bacio e continuo a baciare
in punta di piedi,
come facevi tu.
Intanto, il tempo passa,
la giostra gira
e conto un mese
come ho contato una vita.
E’ un diverso passare,
un diverso giro d’orologio
ora che tu manchi.

Tutto è in un abbraccio. Tutto è lì o forse ne è fuori. Tutto è così, e così è perfetto

Ho nel cuore una città fatta di palazzi asimmetrici e luci e gente e stelle e nuvole e parole. Ho nel cuore una città vista dall’alto e un percorso sospeso, tra il mio qui e il mio la che non so nemmeno dov’è. Ho nel cuore quell’impossibile, per me, ricerca di equilibrio su quel sentiero instabile, su queste mie parole, su quella città, su questa mia realtà.

Lasciami qui,
appeso ad una stella, nel luogo
del non luogo,
dove la luce entra dentro
disegna il senso.
Lasciami qui,
nel posto del non posto,
fuori da ogni posto, fuori posto.
Dove faccio fatica ad intervenire,
dove nell’angolo guardo senza dire.
Dall’alto tutto va, e lo sguardo va a finire
resta il sentire.
Qui finisce la prospettiva.
Lasciami qui,
tra i miei spazi vuoti
tra la mia polvere
tra i miei sogni in cui, con una rima, son rimasto impigliato.
Lasciami qui, come si lascia la gente che non arriva mai prima,
camminare tra il rumore e questo bagliore.
Ti guardo, mentre ti leghi i pensieri e fingo
di essere altrove.
Sono lassù nel mio dondolare,
nella mia eterna ricerca che mi fa smettere di stare,
voglio andare,
voglio esplodere e bruciare,
voglio vibrare ad ogni costo,
anche qui, su una stella,
fuori posto.

A volte non riesco a stare,
a volte non riesco a dormire,
basterebbe andare.
A volte manca il dire
incontro lei, lui, lo sguardo,
lo sguardo che guardo
e quello che abbasso e non guardo.
Spesso ora sbaglio e tartaglio
come la fiamma della candela incerta.
Lei passa e mi sfiora,
“ti prego signora”
“salvami la vita, mi basta una parola.”
Mi basterebbe che il nero diventasse rosa
mi basterebbe la luce che tutto sfiora
e sapere che tu, così bella, come me,
in mezzo al tutto, ti senti sola.
A volte manca il fiato
e il niente diventa quasi niente
ma è quel quasi che mi salva.

Parlano di altre cose,
rose, sui davanzali delle nostri prigioni
delle nostre ragioni.
Tu non badare, non ascoltare,
prova a sostare tra quegli spazi scanditi dal fare
capaci di decorare vite,
stanze, dalle porte chiuse.
Sono solo scuse per accettare l’appiattirsi
il tradirsi.
Seduto, al vostro tavolo ben imbandito con storie illuminate da luci soffuse da paure e da nuove cure,
alzo il calice al cielo con voi, brindo per i vostri successi,
ma non m’interessa, ho solo fretta.
Le vostre domeniche spensierate
sono la mia ribellione e la vostra calma
è la mia rivoluzione.
Voglio solo essere sporco di colore.
Posso essere normale,
posso camminare in queste pianure
con le mie armature per difendermi da voi,
ma sono un sognatore,
in perenne equilibrio tra precipitare e afferrare,
tra fallimento e creazione
tra sogno e realtà
tra qua, con voi,
o appeso la, aldilà.

La realtà fa l’amore coi ricordi,
credo cosi nascano i sogni.

Sgrammaticato artista
in guerra con se stesso.
Sono un soldato di piombo antico,
una penna e un pennello, come armi di difesa,
dal mio io nemico.

Al di là della rabbia,
al di là della gioia,
al di là della noia,
al di là del fare,
del comprare,
del voler scappare,
del vedere del tenere del ricominciare,
al di là del mi son fatto male
perfino al di là del semplice respirare
dell’odiare dell’amore,
al di là di ogni umana concezione,
c’è qualcosa a cui aspiriamo sopra ogni dove:
La via del cuore.

Puoi parlare più piano, alzare la voce, scandire le parole,
anche se continui a spiegare io,
non capisco cosa siamo qui a fare,
perché ci dobbiamo consumare, dove dobbiamo arrivare
quanto dobbiamo guadagnare per poterci colmare.
Guardo giù e non mi so più spiegare
crepe si aprono fino a farmi sprofondare,
la voragine diventa vertigine
la vertigine paura.
Ho bisogno di una nuova scusa.
Puoi parlare più piano
dimmi come fai a non avere il dubbio
che quello che è non è 
e ciò che per tutti diventa importante in realtà è niente.
Non chiedermi perché rimango indifferente,
voglio cadere solo
sfracellarmi al suolo
oppure capire il segreto del volo.
L’aria, il sole, la sua carezza,
perché quel ricordo mi fa piangere ma resta.
E’ tutto qui, mi assilla, urla, è una tempesta,
rimbalza, si sfalda,
nella mia testa.

Scrivi una poesia
per tutta la gente presente.
Per la ragazza seduta pensierosa,
per questa cosa tra stomaco e gola
blocca la parola.
Per lei, che qui non c’è,
o lei, che non leggerà mai,
oppure per lei, che non sa chi sei ora tu,
ma ballò con te su vette,
dove non arriverete mai più.
Per la luna, per la luce là in fondo
è qui, ma non è il mio mondo.
Scrivi, scrivi, scrivi poesia,
d’amore, delusione, passione…
è la mia azione,
la mia danza perso nella città o in una stanza
l’appigliarsi ad una rima per spiegarsi,
per spiegare il mio male. 
E’ niente, puoi leggere e sbuffare, passare,
restare indifferente,
ma io qui danzo col mio senso
il mio dentro.
Sento il verbo,
sento il sentire,
vedo il colore,
provo a spiegare l’emozione,
non so esattamente che musica sia, ma
io sono questo
è l’unica roba mia.

C’è poesia, nella notte, 
in quelle luci laggiù che impreziosiscono il buio
nascondendo il buio agli occhi.
L’animo sprofonda
nel contare il passare e in questo pensare insonne.
Nel mare silenzioso il fiato annega.
“Hai talento” diceva, ma come tutti
sono tra tutti
e mi perdo come tutti nella strada affollata del giorno
quasi quasi sto qua nella notte,
nella mia follia via, nella folla
nella folla persa domani non torno.
C’è buio qui attorno ma vedo poesia
domani sarà luce ma non saprò quale cosa 
sarà veramente mia.
Sfoglio ricordi come pagine appuntate
speranze e sogni
promesse 
a me chiare spesso rimandate.
Il corpo invecchiato, cambiato, 
è la mia ossessione 
e questo improvvisare causa un lieve magone.
Ho paura di perdermi, di perdere la mia poesia
come questa notte vinta dalla luce domani
sarà via.
Dovrò conservare e difendere,
rileggere, sussurrare,
come si fa a fermare un viso tra le mani?
come si fa a nascondere l’oggi al mio domani?
Non sarò mai tra voi un vincitore
So però di essere qui un sognatore.

Sono un passeggero,
non è notte
non è giorno
è un sogno.
Così vicino che sento il suo respiro
ma in verità altrove
più in là del dove perdono
significato anche le parole.
Spero di non aver dimenticato nulla
perché ora se guardo giù perdo il fiato.
Qui si può arrivare solo solo
e ogni legge obbedisce alle regole del volo.
Sono senza peso
un passeggero dell’anima
trovarmi non è stato facile
ma non mi sono mai arreso
ero perso ma sapevo dov’ero,
com’ero, cos’ero.
Tra il blu nel cielo
io e il mio pensiero.
Aria più calda mi sostiene
che alla fine, per non cadere,
sognare è quasi un dovere.
Lei sbatte la porta e va via,
lui urla la sua malattia,
la vita timida scorre via.
Il vicino ha fretta
la ragazza pedala spensierata sulla sua bicicletta
la gonna si alza e la prossima frase verrà corretta.
Io affido, con lo sguardo, il mio desiderio alla
solita stella
lui, prima di uscire mi sorride e dice: “la vita è bella”.

Le mie mani, come le sue, 
grosse e di grasso sporco.
Quante volte l’ho visto lavarsele, quante volte,
ho lottato col sapone per imitarlo.
Le mie, sporche ancora, le unghia nere
aggrappate alla vita, all’incastrare spietato,
al giustificare l’assenza perché ho guadagnato.
Ho seguito un uomo senza ascoltarlo, sognava, 
raccontava.
Ho sentito un uomo ma son passato,
erano storie di anime sognanti, distanti,
pensieri altrove,
ho sentito,
ma tra i ferri mi son rifugiato, giustificato.
Ho l’anima sporca, ora, di grasso e fatica,
di officina, di malinconia, di poesia letta
tra una riba e l’altra,
tra un mi devi e un non ti preoccupare
“scusi signore mi deve pagare”.
Questa è la storia umana
delineata, a volte ben retribuita
ma se pensi un’altra giornata della mia vita
è finita.
Qui, dove voi arrivate, io parto,
oltre il limite
alzo, come un calice, il mio grosso cuore
e finalmente d’un fiato lascio.
Le mie mani sporche le ricordo bene,
potevo perdermi, ma ho avuto fede.
Ora ti parlo dei miei sogni,
ora respiro,
mentre tu mondo dormi
io son vivo.

Destinati a cadere
a seguire quell’alito di vento senza tempo
con tormento oscilla e scuote
provi a sostenere, a planare
per poter tenere.
Sognare è un dovere.
Ogni scelta ripercuote
ogni coperta in parte scopre.
Tutto attorno urla si sovrappone e mi percuote
Io son stanco di essere io.
Da quassù guardo giù
e quel giù qui è altro da ciò che vivo laggiù,
ogni verità cambia è diversa
a seconda dal punto di vista
la verità varia dove dista.
Destinati a cadere
a scomparire dalla vista
a precipitare
a planare
allo smettere di spiegare
di respirare, anche tu, cosi diverso
segui il soffio, il verso.
La gravità vincerà e non sarai più tu,
sei destinato a cadere.
Sognare è un dovere.

Ho provato ad aggiustare
con colla e pazienza.
Ho provato perché pensavo
di non poterne fare senza.
Ho provato ma non ero capace,
non riuscivo e non avevo pace.
Anche se tutti sorridevano e io piangevo,
anche se tutti c’erano e io mancavo,
anche se tutti avevano e io sognavo,
erano tutti in cortile a giocare,
io, spesso, alla finestra
a guardare e riparare.
Ho provato ad aggiustarvi.
Ho provato ad aggiustarti.
Ho provato ad aggiustarmi
con colla e pazienza,
pensavo di non poterne fare senza.
Pensavo, pensavo, pensavo,
col mondo fuori e io in una stanza.
Non ho aggiustato nulla,
ho rotto me.


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