PALINGENESI

di Anna Maria Orazi

INSTAGRAM: @oraziannamaria

Nata in Umbria nel 1948, ho trascorso trentacinque anni a Torino, dove ho svolto l’attività di insegnante. Mi sono interessata di poesia e di letteratura per l’infanzia. Ho vissuto il sessantotto, periodo della lotta politica, del disagio e del risveglio sociale. Ho sentito la tensione dell’uomo e ho fatto mio il bisogno di comprendere il percorso umano. Ho al mio attivo un buon numero di esposizioni, accolte con successo di pubblico e di critica. Attualmente vivo e lavoro a Nocera Umbra.

Ho tradotto il vissuto nell’arte. Quasi subito ho abbandonato l’espressione verista, per cercare una forma liberatoria. I quadri erano blu, in tutte le sfumature. Quel blu era un segno che voleva dire altro, voleva mostrare i miei bisogni interiori, il tormento del mio animo. Cercavo di esternare ciò che mi faceva male dentro, era una forma di catarsi.

Dopo molti anni, una luce abbagliante, improvvisa, assorbita in un viaggio in Africa mi ha cambiato. Ogni forma espressiva si tingeva di bianco e oro e le opere diventavano più materiche e, cominciando a uscire dalle tele, mi appropriavo dello spazio esterno. L’Umanità con i suoi sentimenti era il tema centrale.

Una mattina, all’improvviso, mi sono sentita pervasa da un bianco interiore così forte che nessun altro colore mi apparteneva più. Era un’esigenza pressante e irremovibile. Il bianco, colore sommo perché tutti li racchiude, diventava purificatore di ogni dolore, di ogni male. Le opere diventavano quadri-sculture, aggiungevo materia e davo forma con le mani ai miei pensieri e ai miei perché esistenziali. Le figure, non ben definite, bianche e leggere, erano sempre protese verso l’infinito. Infinito che per me è quell’Energia Universale, Forza Creatrice che corrisponde al concetto di Dio. Energia da cui tutto proviene e a cui tutto tende.

Mentre continuavo a produrre opere bianche, scoprivo forme su legno e su pietra e provavo a liberarle, togliendo materia. Cercavo di far perdere ai tronchi e alle radici di ulivo la loro consistenza, facendoli diventare un insieme di pieni ricchi di forme e di vuoti significativi, perché carichi di possibilità. Le sculture, per quanto ci lavorassi, mi sembravano troppo materiche, troppo concrete. Ho risolto il problema quando ho scoperto la rete metallica: mi si è aperto un mondo di nuove emozioni, leggere e impercettibili, ma anche forti e tenaci. Ho trovato una trama ricca di intrecci e di vuoti, qualcosa capace di bisbigliare la propria esistenza. E’ nato così il “primo amico invisibile”. Siamo poca cosa in questo mondo, il nostro passaggio è come un granello di polvere che si vede e non si vede, eppure ha un senso, un suo perché, le sculture in rete esprimono bene questo concetto, sono una traccia del nostro essere. Evocano immaterialità, ma nello stesso tempo sono. Per me rappresentano ,soprattutto, un segno di quella serie infinita di cause ed effetti che intrecciano la rete della realtà universale.

La mia ricerca non si ferma qui, sto sperimentando anche altre forme e materiali, per rispondere all’eterno fermento dell’animo.


LE OPERE ESPOSTE


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